Buio #29 fotografia finale (Patreon)
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Durante il nostro viaggio in Cilento, Alfredo Guarracino mi ha insegnato una pratica: realizzare un disegno al giorno. Da fotografo ho dovuto adattare la pratica e ho provato a dipingere delle fotografie che avevamo stampato ma scartato per vecchi lavori.
Pochi mesi dopo ho trovato nella soffitta di mio padre una scatola di fotografie di viaggio. Erano di Carlo, un parente che non ho mai conosciuto – stranamente coincidendo la mia data di nascita con quel della sua morte.
Guardando queste fotografie scattate da uno sconosciuto ho ritrovato luoghi che ho attraversato, piazze che ho amato e strade che ho percorso. Se il tempo non fosse esistito ci saremmo potuti trovare seduti a un tavolino e ci saremmo potuti conoscere, magari avremmo viaggiato insieme.
Forse nella fotografia il tempo davvero non esiste – e questo mi ha permesso di partire con Carlo, dipingendo le sue fotografie originali per conoscerlo e conoscere forse un po’ di più quello che sono. Ho iniziato a dipingere senza pensarci troppo, senza nemmeno salvare gli originali, in quello che volgarmente chiamerei flusso di coscienza.
A Parigi ho immaginato un viaggio in cui grazie al mio stile di disegno avevo la possibilità di presentarmi, di farmi conoscere, e nelle geometrie della luce e dell’ombra conoscere il mio compagno di viaggio senza volto.
A Londra, la seconda tappa, mi sono sentito predominante perché in questa città ho vissuto per un lungo periodo e in quei colori mi rispecchio e mi rivedo, giovane, punk e senza direzione.
Nella terza tappa, tra la Norvegia e l’Islanda, è Carlo il protagonista, che mi conduce in un Nord Europa che è sempre stato troppo caro per i miei Interrail. È diventato il viaggio più importante, che mi ha condotto a quello che ho scoperto essere il fulcro (per ora) della mia storia interiore, la morte del mio migliore amico M. di 5 anni, fratello di E. che poi è diventato mio amico fraterno.
Dunque la quarta tappa è un luogo che non esiste nella realtà, ma solo dentro di me. Mette insieme tutto quello che ho scoperto, di me e dell’Altro, nelle tre tappe che ho attraversato. E mi è venuto spontaneo, quasi un pensiero automatico, decidere che la fotografia centrale doveva essere quella che più ho amato dall’inizio e che non sono mai riuscito a dipingere. L’unica fotografia che ho scannerizzato, perché non volevo perderla.
Due fratelli biondissimi mi guardano dal centro di una strada e per la prima volta vedo chi sono. M. e E.
Sono sempre stati lì, di fronte a me, ma nel buio. Ho sempre ricordato ed immaginato, non sono mai stato in grado di riconoscerli.
Il resto delle fotografie le vedete. Questo è un altare. Ci sono una processione, una danza macabra, una commemorazione, una partenza. Le uniche parole che risuonano vengono pronunciate da quella che credo essere mia zia, che aveva già aperto la terza tappa guardandoci partire dal finestrino di un traghetto, e ci aspetta tornare alla fine di questo viaggio.
Sono viaggiatore e testimone.
A Michele, a Carlo e a tutti gli altri che incontro nel mio buio.
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