Home Creators Posts Import Register Favorites Logout
haven't archived this post yet. have a subscription? use the importer!

Content

La luna piena, al massimo dello splendore, faceva brillare la neve come se fosse polvere di vetro. La sciamana sollevò la fascina di sottili zeppi di legno nero, stretti insieme da lacci di canapa, la scosse sopra la testa, poi sopra al fuoco, poi ci soffiò sopra. Senza smettere di agitarla, intonò un canto gutturale, profondo, mesto. Tutti i presenti, una dozzina di maschi dalle spalle larghe e dai capelli lunghi impastati di olio e fango, presero a oscillare le teste seguendo i movimenti della fascina nelle mani della sciamana.

L’inverno durerà ancora molto, disse la sciamana, e riprese a cantare. Gli uomini si unirono a lei. Le donne si sovrapposero a quel lamento con un lamento più acuto e più stridulo. L’intera valle si colmò di quel pianto ritmico. Le stelle scivolarono rispettose giù dalla volta celeste, nera come la notte, assieme alle faville esplose dal fuoco turbinarono nei fumi e tornarono al loro posto.

Alle prime luci dell’alba, Korm si trascinò in cima al promontorio sacro. Il suo piede destro era malato da tempo, ferito nella stagione precedente, non riusciva più a piegarlo in modo naturale. Da storpio quale si riteneva, raggiunse le pietre che ammucchiate insieme stabilivano il punto preciso in cui il dio serpente era precipitato e si era schiantato, sul fianco della parete rocciosa. Nella stagione più calda, quando il promontorio era privo di nevi e sui suoi prati sbocciavano fiori bianchi, la tribù era solita festeggiare bevendo sangue caldo, miele e nettare. Durante quei festeggiamenti, Korm aveva posseduto numerose femmine, ancora ebbre dei fumi delle erbe raccolte dalla sciamana nella valle in primavera. Diversi giovani guerrieri avevano il suo volto. Annegando il dolore nei ricordi si issò sul cumulo di pietre, quindi spinse il coltello di ossidiana a fondo nel proprio ventre, una volta, poi di nuovo, poi di nuovo. Il rosso gli insozzò la pelliccia, il freddo gli rapì le membra. Smise quando non sentì più le dita e il cielo iniziò a vorticare.

Dio serpente che dalle profondità della montagna ascolti le nostre suppliche, accogli il mio sacrificio, prendi il mio calore e il mio sangue, destati dal torpore e infondi forza ai giovani guerrieri che domani scenderanno a valle: la mia gente non merita di morire prima che le nevi si siano sciolte di nuovo e i fiori siano sbocciati, prima che il sole torni a scaldare le colline boscose e il sole intiepidisca le pietre. Ti prego, lasciaci sopravvivere.

Il cielo si tinse di rosa, poi di viola, poi divenne azzurro. L’azzurro più profondo che Denna avesse mai visto. Era l’unica guerriera del gruppo, l’unica donna ad aver chiesto alla sciamana il permesso di brandire una lancia anziché quello di giacere in una tenda di pelli in attesa del suo uomo. Per tutte la notte aveva ascoltato i gemiti delle sue sorelle e delle sue amiche mentre i maschi della tribù gettavano semi nei loro ventri. Aveva dormito poco e male. Ma al suono del corno di Palak, fu la prima a raccogliere pelliccia e armi di pietra scheggiata e a presentarsi sul glabro sentiero. Palak non le rivolse nemmeno un cenno di saluto, ma d’altro canto così era usanza: non si saluta chi rischia di non tornare dalla caccia. Avrebbero festeggiato dopo, se fossero riusciti a tornare con abbastanza carne da superare almeno la prossima settimana. Forse Denna gli avrebbe persino permesso di spargere il suo seme dentro di lei, ma non prima del loro ritorno, non prima del loro successo. Aveva visto altre femmine divorare i propri figli per la fame, e altre ancora morire con la faccia nella neve. Aveva trascorso e vinto un numero sufficiente di inverni da capire che se avesse voluto sopravvivere, avrebbe dovuto fare la propria parte.

Il sole era scivolato in alto fino a lambire il profilo delle creste Linoggh. La sciamana li aveva raggiunti per portare loro la notizia del sacrificio di Korm. Intercedendo per il dio serpente, stese su tutti loro la benedizione che Korm aveva invocato bagnando il promontorio col proprio sangue. Denna ascoltò ogni litania ad occhi chiusi, il suo cuore risuonava al ritmo delle salmodie della sciamana, il suo respiro oscillava al ritmo del vento gelido che le sferzava le guance, in bocca sentiva l’amaro delle radici che aveva masticato poco prima e che le davano forza. Il cielo e la terra si capovolsero, il flusso del suo sangue smise di circolare con la solita regolarità e ribollì gorgogliando. Denna irrigidì tutti i muscoli in un solo spasmo e ascoltò le proprie ossa stridere, serrò i denti, gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Il resto del gruppo la imitò, la valle risuonò del ruggito dei cacciatori, nessuna bestia sarebbe sfuggita alla loro furia. La sciamana tracciò con il carbone rune magiche sulle loro armi e sulla loro pelle, quindi indietreggiò fino a sparire nella boscaglia coperta di neve.

Eccoli. Sono tre. Sono gli ultimi. Hanno atteso troppo a lungo per migrare verso la casa del sole. Si sono attardati, stupidi enormi animali dalla testa grossa e dalla carne morbida e gustosa. I due più grandi si spingevano attraverso la valle scostando con le colonnari zampe grosse quantità di neve. Le zanne e le proboscidi dondolavano a pochi centimetri dal manto nevoso. Il terzo animale era più piccolo, riusciva a seguire gli altri due solo perché astutamente camminava dietro di loro, sfruttando i solchi che i genitori lasciavano nella neve. Era lui il motivo del ritardo. Doveva essere nato in pieno inverno, diverse lune dopo tutti gli altri cuccioli, e aveva costretto i suoi genitori a rimandare il viaggio, finché non fosse stato abbastanza forte da seguirli. Lenti e maestosi, tutti e tre procedevano verso il passo delle aquile. In quella stretta insenatura di roccia, molti della loro specie avevano trovato la morte. Era facile per la gente della tribù assalire quegli animali sbarrando loro la strada e trafiggendoli di sorpresa. Denna era sicura che la sera non sarebbe scesa senza aver gustato almeno la carne del più giovane, ma sapeva che Palak ambiva ad ucciderne almeno uno dei due più grandi. Il gruppo si spostò silenziosamente presso il passo, sfruttando una antica scalinata di roccia che permetteva di appostarsi ben prima che gli animali potessero infilarsi nella trappola.

Mentre scivolavano lungo il sentiero scosceso e coperto di neve, Denna si rese conto di avere addosso gli occhi di Nuntav. Il giovane maschio aveva visto la metà degli inverni di Denna, ma i suoi occhi già ardevano del desiderio delle femmine. Denna lesse nel suo sguardo una bramosia che Nuntav avrebbe fatto meglio a rivolgere alle proprie prede, se non avesse voluto finire scagliato giù dalla ripida scarpata. Sebbene la discesa fosse faticosa e il ghiaccio che ricopriva le rocce impedisse di procedere con maggiore rapidità, tutti sapevano che sarebbero riusciti a toccare il fondo del crepaccio ben prima che i tre animali lo imboccassero. Così fu. Palak scese l’ultimo gradino di pietra per primo, si voltò ad osservare le ombre allungate dal sole che striavano le rocce alle sue spalle, lasciando che il vento ululante giocasse con la sua chioma bituminosa il tempo necessario a valutare una strategia. Con dita callose indicò quattro rocce, abbastanza grandi da potercisi nascondere dietro e attendere le prede. La neve a malapena macchiava il fondo del passo dell’aquila: dall’alto solo pochi fiocchi di neve giungevano a terra, e mucchi irregolari di ghiaccio finivano per accumularsi solo a ridosso delle pareti, lontano dal centro del passaggio, che invece era caratterizzato da un pantano di mota gelida e pericolosa. Se non fossero stati attenti, se non avessero colpito le bestie con sufficiente forza e precisione, queste avrebbero potuto trascinare diversi guerrieri in quel fango e poi calpestarli o ferirli con le zanne. Nessuno sarebbe mai riuscito ad evitare la morte, una volta trovatosi nel fango con uno di quegli animali, ferito e imbizzarrito, cieco di rabbia e pazzo di dolore. Forse già in quella pozza di terra e neve riposavano i corpi di altri guerrieri che avevano tentato l’impresa negli inverni passati. Denna non poteva saperlo, perché era la prima volta che si univa al gruppo dei guerrieri e la prima volta che partecipava ad un assalto presso il passo dell’aquila, ma Palak sì. Lui era un veterano, probabilmente aveva già abbattuto altri grossi animali qui, e ne era uscito vivo. Forse la carne che Denna aveva mangiato negli inverni precedenti era stata cacciata proprio da lui.

L’attesa fu più lunga del previsto. Denna era rimasta immobile dietro una delle rocce indicate da Palak così a lungo che le dita dei suoi piedi, per quanto avvolte nella calda pelliccia di un bufalo, si erano ormai intirizzite al punto che non riusciva più a sentirle. Il freddo le impediva persino di provare dolore. Forse, tornando al villaggio, avrebbe dovuto mozzare qualcuna di quelle dita e offrirle al dio serpente per evitare che marcissero avvelenando il resto del suo corpo. Ma al momento, non era sulle dita dei suoi piedi che si soffermava la sua mente. La sua spina dorsale cercava di rigettare la paura così come il suo stomaco rigettava la carne putrefatta. Veniva scossa da brividi che non erano dovuti al vento né al ghiaccio, bensì al timore di tornare indietro a mani nude, senza carne né pellame, senza il corno della vittoria a sancire che nelle prossime settimane avrebbero riempito le proprio bocche di grasso e di sangue. Già alcuni dei suoi compagni di capanna iniziavano a mostrare i segni della fame, se l’inverno davvero si fosse prolungato a lungo come la sciamana aveva previsto, questa caccia avrebbe determinato se la tribù sarebbe o meno sopravvissuta.

Assorta in questi viscosi pensieri, Denna non si rese conto di Nuntav che si avvicinò alle sue spalle. Aveva lasciato la lancia poco distante, appoggiata ad una roccia, e con entrambe le mani stringeva il proprio membro, eretto e nodoso. Denna se lo ritrovò addosso, ansimante e sbavante, prima ancora di capire cosa stava accadendo. Si voltò di scatto colpendolo con il gomito e acciaccandogli il naso, ma il maschio non desistette: la afferrò e la sbatté violentemente sulla roccia, poi la colpì più volte sulla nuca con le nocche. Denna fu assalita dal dolore alla schiena e alla testa, digrignò i denti ma non lasciò cadere la lancia. Sentì le mani del maschio frugarle nella pelliccia, strapparne via qualche brandello. Il naso sanguinante di Nuntav le inondò il collo di liquame rosso e caldo mentre lui la baciava e la mordeva. Con entrambe le mani le teneva stese le afferrava i polsi impedendole di chiudere le braccia. Denna sentì il membro di Nuntav che le premeva sulla coscia. Non poteva gridare, non voleva. Persino Nuntav, rapito dalla passione e dalla violenza, emetteva alcun suono. Il sangue gli colava dal naso sprizzando a fiotti, Denna ne inalava l’alito pesante, eppure non gridava né gemeva. In parte, probabilmente, Nuntav non voleva che gli altri sapessero che stava prendendo con la forza l’unica femmina guerriera del gruppo, altrimenti qualcuno avrebbe potuto interromperlo; tuttavia c’era un altro motivo per cui anche Denna si tratteneva dal gridare: le loro prede avevano imboccato lo stretto passo e si sarebbero fermate dall’incedere al minimo sospetto che qualcuno stesse tendendo loro una trappola. Denna non poteva permettere che quella caccia si concludesse senza almeno un uccisione. Non voleva vedere altre persone morire di fame o di freddo. Sarebbe stata una caccia ricca e sarebbero tornati dalla sciamana trascinandosi dietro cibo e una speranza per tutti. Nuntav la sollevò di nuovo e la schiacciò con forza contro la roccia, facendole mancare il respiro.

La faccia del maschio adesso era una maschera di sangue in parte rappreso, grumoso e nero, del quale barba, baffi, sopracciglia e denti erano intrisi copiosamente. Denna lo vide sorridere, con denti macchiati di rosso, mentre finalmente riusciva a infilarsi nel suo ventre. Fu allora che lo colpì con la lancia, che lentamente aveva fatto scivolare nella mano fin quasi alla punta. Gliela conficcò con forza nella gola, poi la estrasse e gliela piantò nella tempia, poi la estrasse e gliela affondò in un occhio, cavandolo. Il vigore di Nuntav si affievolì, Denna lo percepì scivolare via dal proprio corpo, accasciarsi a terra tra le sue gambe. Il maschio era ormai ridotto a un mucchio di carne e ossa prive di vita. Nuntav non era più.

Denna con un rapido gesto della mano tornò a impugnare la lancia al centro del lungo bastone e si sporse oltre la roccia dove si era nascosta. La schiena le faceva male, i polsi le bruciavano, la spalla le sanguinava per i morsi, le gambe le tremavano, dal ventre le salivano fitte lancinanti, ma la sola vista di tutti suoi compagni che si ammassavano contro il primo dei giganteschi animali le fece dimenticare il dolore. Gridò forte, fortissimo. Cercò in una sola volta di espellere tutta la rabbia e la furia che aveva trattenuto dentro, tutte le urla e i pianti che aveva inghiottito e soffocato. Si abbandonò alla violenza pura. Tanta ne aveva ricevuta, tanta né rivolse verso la sua preda. Affondò la lancia nella pelle dell’enorme bestia, che ruotando la testa enorme si scrollava di dosso quei minuscoli assalitori come se fossero sacchi vuoti. Il barrito dell’animale le ferì i timpani. Alle sue spalle, altri uomini si erano avventati sul secondo e persino sul terzo animale, quello più piccolo. Palak aveva deciso di tentare il tutto per tutto: l’intero gruppo, oppure niente. Ma nessun guerriero stava combattendo per niente. Sapevano tutti che l’alternativa ad essere schiacciati dalle zampe di quelle bestie, o trafitti dalle loro zanne, o affogati nel fango o spezzati contro una parete di roccia, era morire di fame e di freddo nelle prossime settimane. Ancora in forze, ancora in grado di combattere, dovevano uscirne vittoriosi.

Quando il primo animale cadde, schiantandosi con il corpo enorme contro una delle pareti di roccia del passo, non ci fu il tempo né di esultare né di prendere fiato. Palak stava lottando quasi da solo contro la seconda preda, una femmina. I corpi dei due guerrieri che si erano lanciati contro lo stesso animale assieme a lui giacevano straziati e privi di vita sotto i piedi dell’animale. Denna sollevò la lancia e tutti estrassero la punta della propria arma dalle carni ormai prive di vita della loro preda per lanciarsi contro la seconda. Il secondo animale a cadere a terra privo di vita fu quello più piccolo, sfiancato e dilaniato dai continui colpi di lancia nel costato, nuotava in una pozza di fango che ormai era rossa del suo stesso sangue. Il terzo animale non resistette molto più a lungo. Quando anch’esso fu abbattuto, emise un barrito triste, lungo e lamentoso, come se stesse invocando egli stesso il dio serpente affinché tale uccisione non restasse impunita. Forse non lo sarebbe rimasta. Forse l’inverno successivo altri grossi esponenti della sua specie avrebbero trascinato nell’oblio infinito un numero doppio di guerrieri rispetto a quel giorno, e sarebbero riusciti a correre via oltre il passo dell’aquila. Ma quell’inverno la vittoria spettava al gruppo di Palak. Tutti insieme sollevarono le lance e urlarono verso il cielo azzurro, il più azzurro che Denna avesse mai visto in tutta la sua vita. Le pareti di roccia vibrarono. Della neve scivolò giù dalla schiena delle creste di Linoggh.

Le prede furono tranciate in pezzi in modo frettoloso, non si poteva attendere che il sole calasse o il gelo li avrebbe raggiunti, intorpidendoli quanto bastava affinché non potessero più risalire la parete rocciosa lungo l’antica scalinata di pietra. Tutta la carne che poteva essere trascinata fino al villaggio fu legata dietro le loro schiene, l’altra fu sepolta nel ghiaccio del passo, in attesa di essere recuperata nei giorni seguenti. Cinque guerrieri erano morti, contando anche Nuntav naturalmente, che Denna raccontò essere stato travolto da un colpo di zanne particolarmente feroce. Mentre il cielo si tingeva di rosso, Palak fu avvistato il lontananza da alcune vedette. La sciamana bruciò delle erbe particolarmente rare, quella sera. In molti si nutrirono della carne senza nemmeno cuocerla, tanto era morbida e grassa, ma molta altra carne fu arrostita sul fuoco, un fuoco particolarmente alto, ottenuto bruciando senza ritegno tutto ciò che rimaneva delle riserve del villaggio. Il giorno dopo, qualcun altro si sarebbe di certo occupato di rimpinguare la catasta. Mangiarono tutti in sazietà. I più giovani danzarono attorno alle braci con le mani e le gote ancora unte di grasso, e la carne tra i denti. Quasi tutti si addormentarono attorno al fuoco, ebbri di stanchezza e con gli stomaci pieni. Ma non Denna.

Hai avuto quello che volevi, infine. La sciamana proferì poche parole, il minimo indispensabile, mentre amputava molte delle dita dei piedi di Denna e le fasciava i piedi con stoffa di fibre vegetali, impasto di erbe medicamentose e neve. La nostra tribù è salva, disse Denna. Saremo ancora tutti insieme quando i prati si copriranno di profumi e di colori, e il cielo smetterà di essere crudele con noi. La sciamana dondolò la testa avanti e indietro, annuendo in silenzio. Con movimenti gentili e pazienti cosparse olio sulle braccia di Denna, sulle sue ginocchia, sulla sua schiena, e infine tra le gambe. Non disse nulla, ma i suoi occhi furono molto più eloquenti di quanto avrebbe potuto essere la sua lingua. Nemmeno Denna disse nulla. Entrambe si addormentarono avvolte nelle pellicce di bufalo, mentre la capanna dell’anziana sciamana, attraverso le sottili aperture alla sua sommità, si liberava faticosamente dei fumi densi delle erbe che erano state bruciate al suo interno.

Files

Previews only

Comments

No comments found for this post.