L'albero delle teste appese (terza parte) (Patreon)
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Faceva caldissimo e in quell’ufficio non c’era aria condizionata. Alcune delle finestre erano più che spalancate: non avevano proprio alcun montante e non avrebbero potuto essere chiuse nemmeno durante la pioggia. Tuttavia l’aria in quel momento era immobile, e da nessuna di quelle finestre spirava nemmeno il più piccolo soffio d’aria fresca. Loredana camminava nervosamente su e giù per la sala d’attesa, il pavimento in laminato plastico super-economico scricchiolava sotto i suoi passi. Nella sala assieme a lei c’era un altro uomo, che sembrava essersi addormentato sulla sedia di cortesia, allargando così tanto le gambe che per Loredana sarebbe stato impossibile sedersi lì di fianco, non senza svegliarlo tentando di richiudergliele. C’erano anche delle riviste, su un tavolino di legno in gran parte consumato, probabilmente di seconda mano. Riviste che a Loredana non interessavano minimamente. Gossip, politica locale, curiosità sui vip del momento. Grondava di sudore. Le gocce le colavano copiose ai lati del volto raccogliendosi sul collo, per poi i zuppare la camicia di lino.
«Ascolti, – disse a un agente di passaggio, – è una cosa urgente, devo assolutamente parlare con qualcuno.»
L’agente la fissò con occhi vitrei. I capelli erano radi e spuntavano sparuti da sotto il cappello di ordinanza. La pelle era liscia, tesa, imperlata di piccole goccioline di sudore che però non ne voleva sapere di scivolare giù. La bocca era larga, le sopracciglia quasi dello stesso colore della pelle, al punto da risultare praticamente invisibili. Sulla fronte gli si allargavano diverse macchie pigmentose, come delle voglie, più probabilmente la conseguenza di una qualche malattia congenita della pelle. L’agente aprì leggermente la bocca e si inumidì le labbra. Quel suo gesto lo rese ancora più simile a una enorme rana.
«Ha lasciato il suo nome in guardiola?»
«Ma certo, più di mezzo’ora fa. E ho sottolineato che è urgente.»
L’agente deglutì rumorosamente.
«Tutti i casi, qui, sono urgenti.»
«Ma un mio amico è morto!» Sbraitò Loredana, allargando le braccia.
L’agente sospirò, sollevando la pancia flaccida ben sopra la cintola, poi lasciò che il pancione si adagiasse sui pantaloni, tirandosi appresso parte della camicia azzurra.
«Va bene, mi segua. Mi occuperò io del suo caso.» Disse.
Loredana lo ringraziò a bassa voce, come se non intendesse svegliare l’altro ospite della sala d’attesa, poi seguì l’agente oltre la porta di compensato, nella zona dei box degli agenti. Lì, faceva ancora più caldo. Le scrivanie erano disposte a scacchiera, ma senza pareti divisorie. Solo a terra, sul pavimento, con del nastro, erano state segnate le aree di lavoro dei diversi dipendenti della Polizia dello Stato. L’aria puzzava di sudore e fumo di sigaretta. Dalle finestre spalancate entravano lame di luce e neanche un filo d’aria. Non che fuori, sulla strada, facesse fresco.
Loredana gettò un’occhiata fugace in direzione degli altri agenti. Ne erano presenti una mezza dozzina, chini sui loro laptop, o intenti a segnare le carte. Erano tutti uomini. Tutti avevano schiene ricurve, camicie imbevute di sudore, teste calve, labbra insolitamente grandi. Loredana cominciò a pensare che fossero tutti parenti. Non sarebbe stato troppo strano: da quelle parti il politico locale, una volta salito al potere, avrebbe potuto licenziare tutti per assumere al loro posto tutta la sua famiglia, cani e gatti inclusi. Ma forse si trattava solo di uno scherzo del proprio cervello, del calore, dell’afa, della sete, della stanchezza, delle terribili cose successe nelle ultime ore.
Uno degli agenti sollevò la testa e guardò nella sua direzione. Loredana notò gli occhi tondi, le palpebre gonfie e raggrinzite sotto agli occhi, l’iride grigia, la pupilla invisibile. Un’altro rospo. Che la fissava. Anche lui si inumidì le labbra, e Loredana scorse una lingua gonfia e carnosa, decisamente troppo grande per essere umana.
«Mi scusi!» Alzò la voce l’agente alla scrivania. Loredana non si era accorta che aveva iniziato a rivolgersi a lei e a farle qualche domanda. Si voltò, chiese scusa, notò una sedia di fronte alla sua scrivania, la scostò, si sedette, chiese ancora scusa.
«Non ha sentito cosa le dicevo?»
«No, mi perdoni.»
L’agente tirò indietro la testa, lanciandole uno sguardo di biasimo. Loredana si sentì come se stesse facendo perdere tempo a qualcuno. Ma era assurdo. Era lì per denunciare la morte si Ted. Cercò di soffocare il senso di colpa, la remissività.
«Sono l’agente Franklin. – l’agente indicò la targhetta sul taschino destro della camicia. – Mi ripete il suo nome, per favore?»
«Loredana Wilelmina Nkosi.» Scandì lei.
L’agente si sbottonò il secondo bottone della camicia, lasciando che il grosso collo porcino straboccasse fuori. Sulla pelle scura e umidiccia restava appiccicata una catenina d’oro con un piccolo crocefisso. Quando l’agente inspirò profondamente, a Loredana sembrò che le sue narici si allargassero un po’ troppo. Scrisse il nome in cima al modulo.
«Allora, mi dica tutto.»
Loredana prese un grosso sospiro, si guardò attorno, quindi iniziò a raccontare.
«Sono una dottoressa, lavoro presso la struttura di ricerca temporanea dell’acquitrino, i responsabili sono il professor Sherman e la dottoressa Lawrence.»
«Ho capito dove siete. Sì, sono venuto a controllare la regolarità del cantiere quando arrivarono i prefabbricati.»
«Bene. Al momento il professore e la dottoressa sono tornati in Inghilterra, nel laboratorio lavoravamo io e un mio collega, Ted Marsh.»
L’agente si appuntò il nome.
«Il suo collega è ancora alla struttura?»
«No, agente, il mio collega è morto.»
Molte delle schiene chine sui computer, non appena Loredana pronunciò quelle parole, si raddrizzarono. Molti occhi la fissarono. Loredana sentì un gracidio sommesso provenire dal fondo della stanza, ma non ebbe modo di voltarsi perché l’agente Franklin la incalzò:
«È morto? …o è stato ucciso?»
«Non lo so!» Esclamò Loredana.
«Va bene, si calmi. È solo perché… beh, il modulo da compilare è diverso. Ma non si preoccupi, penserò io ai dettagli. Lei continui a raccontarmi.»
Loredana aveva cominciato a sudare ancora più copiosamente di prima. Sentiva le chiazze di sudore sulla sua schiena e sotto le ascelle che si allargavano, un pantano umidiccio che non riusciva ad arginare in alcun modo.
«Stamattina… ho trovato il corpo di Ted davanti alla porta del laboratorio. Sul terreno. Era già morto. Da molto tempo, credo.»
«Crede?»
«Il corpo è in condizioni… non so come spiegarle. Mi scusi.»
«Non importa. Come ha detto che si chiamava, il suo collega? Nome completo, per favore.»
Loredana scosse la testa.
«Non lo so, Santo Cielo… io lo chiamavo Ted, non ho idea di quale fosse il suo nome.»
«Va bene, va bene.» Uno strano rigurgito scosse il corpo dell’agente. Loredana ne approfittò per guardarsi attorno, ma gli altri agenti erano tornati a fissare gli schermi e il gracidio sinistro era cessato. «Mi ripeta com’è che ha rinvenuto il corpo.»
Loredana cercò di asciugarsi il sudore sulla fronte con la manica. L’agente lo notò, e le porse un pacchetto di fazzoletti di carta. Loredana ne prese uno, poi restituì compostamente il pacchetto. Inutile dire che il fazzoletto si consumò al primo passaggio sulla sua fronte, trasformandosi in un grumo di carta zuppa di sudore del tutto inutile da quel momento in poi.
«Era stamattina. Sono uscita dal laboratorio. Il corpo di Ted era in terra.»
«Era nella sua stanza?» Chiese l’agente.
«No… non ero…» Balbettò lei.
«Non era nella sua stanza?» La incalzò il grosso poliziotto nero.
«No… ero in stanza con Ted… nell’area doccia, a dire il vero…»
«Era nell’area docce con Ted?» Sottolineò il grosso ormone sudaticcio.
«Ero con lui nell’area docce… ma poi lui è uscito… e io…»
«Quindi eravate entrambi nell’area doccia, questa mattina, poi Ted è uscito e lei è rimasta lì, giusto?» Riassunse il rospo.
«No… aspetti, no… lui è rimasto lì, io sono uscita.» Mormorò Loredana. Il gracidio riprese. Da dove proveniva? C’erano rane in quella stazione di polizia? Uno stagno?
«Lei è uscita? Quindi Ted è rimasto nella zona docce? …e come è possibile che lei abbia trovato il suo corpo fuori dal laboratorio?» Le domandò l’enorme rana, strabuzzando gli occhi.
«È successo dopo! …c’era un rumore. Qualcosa, nel laboratorio interno, nella serra. Abbiamo sentito un rumore…»
«Lei mi sembra molto confusa, signorina Nkosi.» Gracidò lui.
Loredana si alzò in piedi scaraventando la sedia indietro. Tutti gli occhi erano puntati su di lei. Le teste rivolte verso di lei. Le bocche erano larghe, le teste lucide, le pupille grigie, le lingue gonfie.
«Che succede, signorina?» Gracidò forte l’agente di fronte a lei, allargando l’enorme e disgustosa bocca. Loredana notò una seconda palpebra trasparente chiudersi sugli occhi sferici dell’agente. Del sudore le grondò giù dalla fronte e dritto negli occhi.
«Ho sbagliato a venire qui. Mi scusi.» Bofonchiò, asciugandosi le sopracciglia con il fazzoletto già carico di sudore. Il fazzoletto di carta le si sbriciolò tra le dita. Loredana sentì la camicia intrisa di sudore appiccicarsi completamente dietro la sua schiena.
«Mi scusi! Mi scusi!» Continuava a ripetere. La stazione di polizia gracidava forte, quasi coprendo la sua voce mentre si scusava. Rischiò di inciampare sui propri piedi, barcollò verso l’uscita della stanza.
«Aspetti… la accompagno.» Le gridò la rana bitorzoluta seduta dietro la scrivania, mentre goffamente tentava di sollevarsi. Ma era troppo grassa per farlo agilmente, finì per scostare la scrivania con la pancia, poi fece un passo, poi allungò una mano verso di lei. Le dita erano palmate. Le macchie sulla pelle erano aumentate. La bocca si era allargata e gli occhi erano quasi usciti dalle orbite. Due pupille torbide la fissavano. Loredana gridò, spinse la porta e si lanciò fuori dalla centrale, sulla strada principale. La luce del sole la investì in pieno, urtò un passante e si scusò, corse via. Qualsiasi cosa stesse accadendo al laboratorio, avrebbe dovuto risolverla da sola.
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