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Nacqui nel 1974, che non è altro se non un anno a caso del XX secolo, immagino. Mia madre si chiama Giustina e mio padre Ennio. Quando fui abbastanza grande da comprendere cosa significava “stare insieme”, compresi che i miei genitori rientravano pienamente in quello che adesso chiameremo una coppia anaffettiva. In vita mia non ho quasi mai visto mio padre dare un bacio a mia madre. Ma nemmeno farle una carezza. Ennio a dire il vero le si accostava raramente, ed era sempre durante il pranzo, o la cena, o in altre situazioni mondane. Giustina, dal canto suo, non parlava mai del suo rapporto con Ennio. La sua, più che una relazione, era una “condizione”. Mia madre era “sposata” con mio padre, questo era lo stato delle cose. Non intravedevo in quella coppia nemmeno un minimo briciolo di intenzionalità: erano sposati e questo era quanto, la situazione andava gestita per quello che era. Non dubito che fossero stati felici: sul comò di mia madre facevano bella mostra di sé diverse cornici (rigorosamente d’argento) nelle quali erano ritratti entrambi, Giustina e Ennio, in abiti da sposi, sorridenti, eleganti, in uno sbiadito bianco e nero, su sfondo indefinito. In quelle foto sembrava che fossero convinti della loro decisione. Come fossero passati a tollerare appena la presenza l’uno dell’altra, e viceversa, era per me un grande mistero.

Lo stesso fatto che io nacqui, nel 1974, è una prova del loro amore, o quantomeno della dedizione di mia madre alla causa del matrimonio. Da qualche parte, negli ultimi mesi del 1973, Ennio e Giustina dovevano aver copulato, e dalla loro unione ero stato concepito io. Forse la colpa del mutamento nel loro rapporto era mia, ma ne ero del tutto inconsapevole: fino all’età della ragione (quell’età durante la quale a un bambino sembra opportuno porre ai genitori tutte le domande che gli passano in testa) non avevo nemmeno ben chiara la situazione. Ennio era mio padre, Giustina era mia madre, ma erano degli assunti. Proprio come il loro matrimonio. Stati della materia, quasi. Il mio corpo fisico si ritrovava, per una bizzarra serie di nessi causali, in quella condizione: essere loro figlio. Non discutevo il loro ruolo nei mie confronti così come non mettevo in discussione il ruolo che avevano l’uno nei confronti dell’altra. Erano sposati. Mia madre avrebbe pronunciato quell’assunto con voce flebile e stiracchiata, magari facendo un po’ spallucce. Mio padre l’avrebbe detto con ferma convinzione, come se fosse una cosa scontata, palese, lampante.

Non ebbi altri fratelli né sorelle con i quali condividere la mia infanzia. Sapevo dell’esistenza di numerosi cugini e cugine, ma raramente i miei genitori incontravano i loro parenti. Più spesso erano i parenti a venire in visita, e a fermarsi per tutto il pomeriggio. Giustina ci teneva a presentarmeli, ma erano nomi e volti che sostavano per poco tempo nella mia memoria. Il tempo di salutarli, e non sapevo più chi fossero, se non “uno zio” o “una zia”. Lo schema di ogni conversazione era quasi sempre lo stesso, e corrispondeva più o meno a: «Amedeo, sai chi è questa signora?» «No.» «È Wanda, la moglie di Antonio, tuo zio. Te lo ricordi Antonio?» «No.» «Il secondo fratello di tuo padre, quello che ha l’officina a Maccarese, hai presente?» «No.» «Zia Wanda è venuta a trovarci e ci ha portato una crostata di mele buonissima, fatta da lei con le mele del suo orto. Ne vuoi una fetta?» «No.» «Meglio così dai, altrimenti si rovina la cena, che è tardi.» «Ma sì, tanto si conserva. Basta metterla così, in frigo. Anzi, io non ce la metto nemmeno in frigo, tanto mio marito è un goloso… finisce nel giro di un giorno!» «Eh, ma è buonissima. Amedeo, saluta la zia Wanda.» «Ciao, zia Wanda.» «Ma ti sei fatto proprio un bell’ometto! …io mi ricordo quando eri piccolo così. Quanti anni aveva, l’ultima volta che l’ho visto?» «Forse cinque, o sei. La zia Wanda ti conosce da quando eri piccolo, era al tuo battesimo, sai?» «Ora quanti anni ha?» «Quindici, a maggio.» «Madonna come vola il tempo! Loro crescono, e noi invecchiamo.» «Eh… sono il nostro specchio del tempo che passa.» «Posso andare? Stavo finendo i compiti.» «Certo.» «Ciao zia.» «Ciao!»

Non ho idea di quante zie io abbia salutato con quel “ciao” poco convinto, per poi dimenticarle, non vederle mai più, o al limite rivederle in qualche altra occasione, come il matrimonio di un cugino o il funerale di un altro parente semi-sconosciuto. Zia Wanda comunque è una di quelle che ricordo meglio, per una serie di motivi tra cui il fatto che prima di andare via, di solito all’ora di cena, trovava sempre il modo di sgattaiolare in camera mia e di lasciarmi una busta dentro la quale c’erano cinquantamila lire. Un regalino da parte di zia, diceva. Non che fosse accaduto così spesso, diciamo tre volte, prima dell’ultima volta in cui l’ho vista, al matrimonio di zio Antonio. Ma quel suo modo rapido e indolore di lavarsi via la coscienza, di ripagarmi per l’eventuale affetto che mi doveva e che non era riuscita ad esercitare, mi aveva colpito già la prima volta che accadde. Quando si ripeté, la seconda volta, era già abitudine. Presi la busta e la ringrazia. Lei ci tenne a specificare “È un regalino da parte di zia.” Ma io lo sapevo già. La terza volta era già un rito assodato. La quarta volta che la vidi fu appunto al funerale di zio Antonio, suo marito. 

Eravamo in chiesa, una chiesa modesta, novecentesca, dagli intonaci malandati. Non ricevetti una busta di denaro, in quell’occasione. Fui spronato, invece, ad andare da zia Wanda per porgerle le mie “condoglianze”. Non sapevo cosa significasse quel termine, ma lo imparai sul campo: tutti, in fila e silenziosamente, le si avvicinavano e le sussurravano con voce tremolante e sguardo contrito “condoglianze”. Mi misi in fila. Molti parenti non rispettavano la fila, semplicemente si paravano innanzi a lei e pronunciavano la fatidica parola, per poi dileguarsi. Il feretro, immobile e coronato di fiori, si stagliava immobile al mio fianco, già sigillato dallo stagnino e inchiodato dal falegname. Dentro giaceva zio Antonio, e la luce dei moccolotti dalla fiamma tremante si rifletteva sul legno levigato e ripassato con diverse mani di coppale. L’aria era permeata di incenso e di singhiozzi sommessi. Anche zia Wanda singhiozzava sommessamente. Quando venne il mio turno sollevò lo sguardo, gli occhi gonfi di lacrime e arrossati dal dolore, benché nascosti dietro ampi occhiali scuri, erano raggiunti dalla pallida luce dorata che irradiava dall’altare. Dimostrava almeno dieci anni di più, di colpo. Mi disse: «Amedeo, grazie.» Anche se io non avevo pronunciato parola. Scostò il velo e mi baciò sulla guancia. Le lacrime che rigavano il suo volto passarono sul mio, le sue labbra gonfie di sale e di umido accarezzarono la mia barba sparuta e morbida, ancora mai rasata. Era più una peluria facciale, che una vera e propria barba. Tuttavia fu solo in quel momento che mi resi conto di averla, e trovai fuori luogo non essermi rasato. Qualcosa di ancestrale si risvegliò in me, l’intimo e inspiegabile desiderio di non lasciare il ricordo pessimo di un bacio. In quell’attimo mi preoccupai di cosa avevano potuto incontrare le sue labbra, del fatto che potesse essersi pentita di quel gesto, della possibilità che uno dei miei morbidi peli potesse averle graffiato la bocca. Soppressi l’istinto di asciugarmi il volto, bagnato dalle sue lacrime. «Condoglianze.» Le dissi. Avevo già ricevuto il suo ringraziamento e ben di più, ma non potevo non omaggiarla di quella parola. Una parola confortante, rassicurante, espiatoria. Proprio come le “paghette” che mi passava in segreto. Percepivo con forza il significato che avevano quelle “condoglianze” per me: forse le avrei dovuto rimostrare più affetto in altre occasioni, in precedenza, e per non averlo fatto mi pentivo e le facevo dono di quella bizzarra parola, “condoglianze”, che come un incantesimo sollevava me da ogni colpa, rimorso e senno di poi. La zia Wanda incassò la mia busta e mi accarezzò la testa. Piegando leggermente lo sguardo notai mio padre e mia madre, seduti sulla panca in prima fila. Li guardai, loro guardarono me. Mia madre Giustina socchiuse gli occhi e annuì debolmente. Mio padre Ennio increspò le labbra e mi rivolse un cenno di orgoglio. Sembrava dirmi “bravo, figliolo”. Strinse la mano di mia madre. Fu l’unica volta che glielo vidi fare, credo.

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