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Notai la noia, nei suoi occhi. Ma non era nulla di spiacevole: una noia benevola, dolce. Era l’assenza di passione, la mancata fiamma, quell’ardore che così tante volte, in gioventù, avevo notato nello sguardo degli uomini che fissavano il mio corpo nudo, avvolto in vesti semi-trasparenti e contro-luce. Nei suoi occhi era rimasto per molto più di una notte, era lì da anni, decenni. Ritrovarlo ogni notte, ogni mattino e ogni sera mi aiutava a non andare via. Era confortante, avvolgente. Delizioso come un battito di cuore. Forse quella fiamma nei suoi occhi si era spenta già da un po’, non c’era più, ma aveva scostato il lenzuolo e con le braccia aperte mi invitava a tornare a letto. 

Era nudo, sotto le lenzuola, e si notavano i segni dell’abbronzatura a metà del braccio e anche sul collo. La pelle si increspava, una peluria soffice e biancastra gli copriva il petto, la barba ispida del mattino era punteggiata di bianco, il naso rosso e gli occhi ancora impigriti dal sonno. Forse ancora assonnata, forse rinvigorita da quel raggio di sole che mi aveva colpito la faccia aprendo gli scuri, avevo accennato al fatto che non mi baciava da anni. Senza nemmeno voltarmi. Avevo continuato ad aprire la finestra, finché l’aria gelida del mattino a novembre non mi aveva sfiorato la pelle, sul volto e sulle spalle scoperte. Brividi, sulle braccia e dietro il collo. 

Dalla finestra vedevo le nuvole diradarsi sui monti, la pianura rinverdita dalle prime piogge d’autunno e l’alba che schiariva il cielo. Solo quando mi voltai, notai il suo gesto. Mi scaldò il cuore. A settant’anni, non si può più pretendere un amore così profondo. Sorrisi, e afferrando le spalline della veste da notte con la punta delle dita, le lascia scivolare sulle spalle. Notai le macchie della vecchiaia sulle braccia, la pelle tesa sui gomiti. Lo scivolare della stoffa sul corpo mi procurò un secondo brivido, più intenso, ancora più piacevole. O forse era solo l’aria gelida che entrava dalla finestra alle mie spalle. Ora ero nuda davanti a mio marito. Cercai di vedermi coi suoi occhi, lo facevo spesso. Capelli d’argento, un corpo esile, la luce che ne delineava la figura, il seno cadente, i capezzoli duri e scuri, le ginocchia arrossate, le labbra screpolate, le palpebre pesanti, le dita ossute. Con la giusta colonna sonora sarei potuta essere un mostro in qualche film horror, ma ai suoi occhi… ai suoi occhi ero bellissima. Mi invitò di nuovo a entrare nel letto, provò con un sorriso ancora più largo.

«Vieni.» Sussurrò.

«Grazie.» Risposi.

Poi allargai le braccia. La pelle tornò liscia, le ossa compatte, i capelli color paglia, le labbra rosa, le gote rubiconde e le dita ben tornite. Trasalì quando dalla mia schiena si allargarono due enormi ali nere. Poi mi feci piccola, come un topolino, e volai verso l’orizzonte. Lo percepii balzare giù dal letto e correre al davanzale, come se potesse seguirmi. Sciocco, dolce mortale. Hai avuto cinquant’anni della mia vita, sono stati bellissimi, ti ho amato moltissimo, ma è proprio quel peso sul mio cuore che ora mi impedirebbe di viverne altrettanti con qualcun altro. Basta così, basta così davvero.

Il sole sorge, la luce mi investe, divento cenere.

Resterò viva nei suoi ricordi, ma solo per qualche altro anno, il suo cuore è debole, la povere non ha memoria. Arriverà l’oblio.

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Comments

Bigio

Non sapevo nemmeno che esistesse, il Taletober! Grazie dell'imbeccata. Io lo faccio così da anni, usando i prompt dell'Inktober e corredando ogni racconto con un disegno.